Jimmy Wales
Tessere
Google acquisisce Motorola Mobility per rivaleggiare con Apple nella battaglia degli smartphone, che sempre più sono il gadget tecnologico richiesto dagli utenti di tutte le fasce d’età.
I social network, facebook in testa a tutti (nonostante la piccola flessione del valore azionario), iniziano ad imporsi come alternativa ai motori di ricerca sul web; il “passaparola” ritorna a ispirare maggior fiducia piuttosto che l’occhio omniscente di Googleplex.
I brevetti e la “blindatura” delle idee (specie quelle fruttifere) alla fine sembrano essere il reale conflitto su cui si gioca la partita dei giganti tecnologici, mentre l’idea “Open” dell’informazione, o meglio, della fruizione e fruibilità della medesima, dilaga grazie principalmente ad internet, pilastro (uno dei almeno) fondante proprio di quei giganti.
Si legge del primo villaggio globale entro il 2012 in America, una comunità autosufficiente di 200 persone, ispirata dal movimento Open Source Ecology… sembra di assistere alle prove preliminari del “sopravvivere-post-qualcosa-di-catastrofico”.
In spiaggia passeggiano e si arrostiscono in modo indolente i prodotti umani della società, e a vedere dal sembiante la decadenza la fa da padrona, sebbene i frammenti di parole affermino l’esatto opposto.
Siamo davvero certi che siamo tutte tessere dello stesso mosaico?
Tamburi
Lunedì 1 Agosto ho avuto l’occasione di assistere, per la prima volta nella mia vita (se si escludono gli spezzoni dei films o dei cartoni giapponesi), ad un concerto di tamburi taiko.
Ero davvero perplesso perché cercavo di immaginare come potesse essere possibile rendere emozioni e stati d’animo utilizzando strumenti non melodici come ottoni e archi, e quindi ci sono andato con uno stato d’animo curioso e, per certi versi, sereno, non sapendo bene cosa aspettarmi.
La sopresa è stata notevole perché, sebbene la musica fosse priva delle sfumature a cui sono abituato nell’ascolto delle melodie cui da ignorante occidentale sono avvezzo, oltre ad avere una forza ed un impatto notevoli, l’uso sapiente dei piano e dei forte e l’alternanza dei ritmi, riescono a rendere una notevole varietà di stati d’animo. A questo vanno aggiunti il modo in cui i taiko vengono suonati e le parole esplicative della leader del gruppo di suonatori, i Wadaiko Shien, peraltro facenti parte dell’università di arte e design di Kyoto (Kyoto Zokei Geijutsu Daigaku).
Fra tutte due frasi mi hanno colpito, che potrebbero costituire, sebbene dette in momenti differenti, un unico pensiero:
«… e non è una banalità, non è un caso, ci sia stata data l’esistenza in questa vita…»
«Se viviamo con uno scopo, riusciamo a dare uno scopo alla vita»
Tamburi… mai così variegati, mai così complessi, mai così completi… finora.
Essenzialità
«Pronto?»
«Ciao…»
E ritorna il sereno.
Le facce amiche
Curioso e sorprendente l’effetto che una faccia amica può fare quando la s’incontra.
In ospedale con una certa tensione, per certi versi non troppo motivata, mi dirigo al distributore automatico a prendere un caffè; dalla porta in fondo all’atrio in cui sono sbuca A. che spinge un carrello dell’elettrocardiografo. Un sorriso, un cenno, due parole di numero, il saluto: «Vado di là a vedere. Tanto ci si vede dopo». Improvvisamente tutto quello che era un po’ alieno diventa quasi famigliare, e il posto estraneo in cui mi trovo non è poi così estraneo; la tranquillità si insinua placida e lenta e scosta il timore, relegandolo dove deve stare: in un recesso buio e defilato del cuore.
Qualche decina di minuti dopo, in attesa che tutto sia finito, scendo davanti all’entrata e mi siedo su una panchina al sole. Accendo una sigaretta, lascio la mente libera di vagare dove vuole e guardo. Guardo intorno senza osservare né registrare; ad un certo punto arriva una macchina di una Misericordia e si ferma nel parcheggio. Di concerto un signore anziano accompagnato da una giovane donna si alza dalla panchina accanto alla mia e si dirige verso l’auto, da cui scendono due volontari, uno in divisa l’altro in borghese. Scambio di sorrisi, aperti, sinceri, veri. Salutano l’anziano appellandolo per cognome, con rispetto e simpatia, lo imbarcano e se ne vanno chiaccherando nell’abitacolo.
Mi alzo, spengo la cicca, ritorno alle mie faccende e al mio piano; solo un pensiero occupa la mia mente: se avessi sempre una faccia amica sul mio volto, come sarebbe la mia giornata e quella di coloro che ho la ventura d’incontrare?
Prodromi
Ieri pomeriggio, guardandoti giocare ai giardini dietro il laboratorio, ho ravvisato indizi premonitori o ammonitori e nessi di causalità che mi hanno colpito, profondamente.
Negli screzi fanciulleschi con i compagni dell’asilo nido ti ho vista, dispettosa e timorosa al tempo stesso, cercare attenzione e conferme della tua “importanza”; ti ho vista rimproverare con modo e pertinenza gli amichetti che non si erano comportati correttamente, ma non riuscire fino in fondo a sostenere il confronto; ti ho vista intristire improvvisamente quando gli altri non hanno accolto o capito ciò che volevi loro donare o non ti hanno ricambiata come desideravi nei tuoi slanci; infine ti ho vista perdonare, dissipando in un istante qualsiasi livore, semplicemente schiudendo il volto e gli occhi in un sorriso sincero e grato per la ritrovata armonia, ricominciando a correre spensierati per iniziare nuovamente questo tran-tran infinito che, probabilmente e con alterne fortune, mai ti abbandonerà.
In una sola parola: mi sono rivisto, anche adesso a questa età adulta ed ho provato dolore, tenero e sordo; un piccolo pugno (uno dei tuoi forse!) al torace che per un attimo mi ha tolto il fiato e fatto vacillare le ginocchia. Non sono sicuro di riuscire a farti capire ciò che provo, perché io per primo ho difficoltà a comprendere e convivere con questa nuova emozione, ma sono sicuro che fin troppo presto, con una diversa prospettiva, capirai anche troppo bene ciò che non sono in grado di spiegarti a parole.
Tanto mi trovi lì
Tanto mi trovi lì, a margine dell’ombra
nascosto parzialmente mentre ti osservo vivere.
Tanto mi trovi lì, un passo sempre dietro
pronto a tender le mani per sostenerti ancora.
Tanto mi trovi lì, confuso e innamorato
che cerco di capire che cosa devo fare.
Tanto mi trovi lì, in fondo al cuore tuo
dove son sempre stato da quando ti ho incontrata.
Babila 1
Da una carissima amica, un pensiero malinconico ma quanto mai vero
Folata di vento, capelli negli occhi,
abbassi lo sguardo
e vedi le scarpe che è una vita che indossi e che ormai hanno fatto il suo corso.
B.C.
Contrapposizioni
Mi è passato per la mente questo pensiero l’altra mattina, e non riesco a scacciarlo del tutto; malignamente, a intervalli più o meno regolari, ritorna.
O perché gli antichi egizi si dannavano l’anima per conservare i corpi dei loro defunti in condizioni climatiche quantomeno avverse, mentre in Vichingonia, dove le spoglie si sarebbero conservate assai meglio, ardevano i defunti?
Semplicemente il rapporto con la morte così dissimile? Forse che gli uni erano più masochisti degli altri? Unicamente diversità culturale nei confronti dell’esistenza e del suo prosieguo?
Ah! Saperlo…

